Live Wine 2022 – Un restauro agricolo e umano, questo è solo l’inizio.

Live Wine 2022 – Un restauro agricolo e umano, questo è solo l’inizio.

Aprile 1, 2022 0 Di lasecondadolescenza

E’ il caso di dirlo: le fiere di vino mi erano mancate. E con particolare affetto mi era mancato il Live Wine di Milano, per tante ragioni. Perché è la più grande manifestazione sul vino artigianale organizzata nella città che da quasi dieci anni mi ha adottato e che ha dato i natali alla mia passione per il vino e quindi in un certo senso alla mia nuova vita (e seconda adolescenza ofc). Per la stima che nutro verso gli organizzatori che con cauta resilienza non hanno mai perso la speranza – e la voglia – di vedere di nuovo riuniti appassionati e artigiani nella forma più bella, quella di fronte a un bicchiere di vino. Perché era stata la prima fiera cancellata causa COVID nel marzo 2020 quando assistemmo inermi ad un balckout al luna park, che poi si sarebbe rivelato solo uno dei tanti.

Per tutte queste ragioni una certa emozione ed energia mi ha svegliato domenica 20 marzo, dovevo
andare al Live Wine, era giunto il momento di rimettersi in pista. Appena varcata la soglia del salone, come nelle precedenti edizioni, la bellezza della location del Palazzo del Ghiaccio, con i suoi ampi spazi (molto utili in tempi di Covid!) e la sua luce, mi hanno accolto e fatto sentire subito a casa. Il resto lo hanno fatto le persone, gli abbracci, i sorrisi, i brindisi che dopo un’ora era già impossibile contare. Ho rivisto mentori, giornalisti, produttori, amici in una fiera che presto prendeva la giusta piega della festa e della rinascita.

Per questo come sempre è difficile scegliere quali vini raccontarvi oggi, in questa pagina di blog, perché ognuno dei produttori presenti meriterebbe una riga, se non altro per aver retto il colpo di due anni di rallentamento forzato nelle vendite che – per chi fa l’agricoltore diretto, fidatevi – è un duro colpo. Preferisco quindi raccontare le persone con cui, per fatalità ed entropia del sistema fiera ho passato più tempo, con la consapevolezza che mi ha svegliato il lunedì mattina di non aver abbracciato e salutato abbastanza. Ma ci saranno altre occasioni, perché dal Live Wine in poi le fiere non mancheranno.

 

 

Quantum Winery – Austria

Florian! Come faccio a raccontarvi Florian? Forse partendo dal fatto che è una di quelle persone per cui 1+1 non fa 2, ma fa quel cavolo che ti passa per la testa. E così i suoi vini, fanno e sono quello che gli passa per la testa. Ogni anno diversi. Ogni anno sorprenderti. Penso al M.G.M un rosso di Blauburger – una varietà austriaca più rara e antica del Pinot Nero – che non fa macerazione a cui Florian aggiunge un quarto circa di vitigni misti a bacca bianchi molto macerati a dare “thickness” – come mi dice. Spessore, un vino di spessa acidità e carattere che si esprime in una beva scalpitante di 10 gradi e mezzo. Che sono più che sufficienti per capire che il vino, in generale, se un giorno pensi di averlo capito e proprio quello il giorno in cui avrai smesso di amarlo. Sorprendente anche la 2020 del suo Gruner in purezza, di nuovo ampiamente fuori dagli schemi per acidità e salinità, ma non credo servisse specificarlo.

 

Tenuta La Novella – Toscana

Sottotitolo: sapessi com’è strano incontrarsi per caso a Milano. Eh sì, perché chi lo avrebbe mai detto che al banchetto di questa bella realtà biodinamica toscana, immersa nelle colline del Chianti Classico, avrei incontrato Simone Zeni, uno dei volti dietro a Formiche Vini, una piccola realtà della costa grossetana. Ed è proprio Simone – il deus ex machina della cantina di quest’azienda – a guidarmi negli assaggi dei loro vini facendomi figurativamente passeggiare tra i vari cru della tenuta di cui ha portato un campione del terreno. Arenaria, Galestro, Scisto, ognuno con le sue caratteristiche perfettamente incastonate in vini eleganti e personali, fortemente territoriali. Super suggerito a tutti voi l’assaggio non solo della “linea classica” di Tenuta La Novella (tra cui un Syrah 2016 in forma smagliante) ma anche della linea che Simone definisce più sperimentale tra cui spicca Sambrena 2020 un vino bianco salatissimo ottenuto dalla vinificazione in bianco del Sangiovese. Mi sa che anche in toscana – e non solo in Austria – c’è qualcuno per cui 1+1 non fa 2.

 

Braccia Rese – Piemonte

È da un po’ di tempo che voglio raccontarvi la meraviglia che Braccia Rese sta compiendo a Busca. E forse bisognerebbe partire da dov’è Busca. Siamo alle porte della Val Varaita, in quell’estremo confine occidentale dell’Italia dove è rimasta miracolosamente radicata la cultura occitana, con le sue tradizioni, la sua cultura arcaica e profonda né piemontese, né francese, diversa per sua origine e natura, occitana appunto. Luoghi appena scalfiti – forse per fortuna – dal turismo, che celano una vitalità autentica che nella fattispecie mi si è materializzata facendo conoscenza del progetto di Braccia Rese. Una squadra under trenta – composta da Elia, Giovanni e Livio – impegnata da subito nella produzione di sidro (la Val Varaita è seconda solo alla Val Venosta nella produzione di mele) e, più recentemente, anche di vini naturali da varietà autoctone. Sidri quindi, sia rifermentati che metodo classico, durante la fiera ho assaggiato l’ultimo nato in collaborazione con un’altra splendida realtà agro-gastronomica che sta ridando luce alla valle, quella del ristorante Reis di Juri Chiotti. Qui si aprirebbe un capitolo infinito sull’interesse che nutro per il lavoro di restauro agricolo e non solo che Juri sta portando avanti, noncurante dei riflettori. Per ora mi è bastato vedere dentro alla bottiglia di sidro di Braccia Rese prodotto con le mele centenarie dei campi di Juri un territorio che fa squadra, un restauro dicevo anche delle virtù umane, oltre che di quelle ambientali.  I vini poi, tutti super divertenti: per il pranzo, che si faceva vicino, ho scelto una bottiglia di Barba (dedicato allo zio vignaiolo e capostipite) ottenuta dalla fermentazione di Barbera e Chatus, per anni conosciuto come Nebbiolo di Dronero ma in realtà rivelatasi poi una varietà autoctona delle Ardèche, territorio che aveva intensi scambi commerciali con la valle nell’antica Occitania.

 

Pausa Pranzo

In una giornata così intensa di assaggi ed emozioni era necessario fare un pit-stop tecnico nella bella area cibo allestita nell’ala destra del palazzo del ghiaccio. Le acciughe di L’Anciua, i taralli di Zio Pasquale, il polpo di Pantura: che bello tornare in fiera!

Con la bottiglia di Barba sono andata a trovare gli amici di Cascina Lagoscuro con tanto di Nonno Fabio che, nascosto sotto il suo gigante cappello, non ha smesso un attimo di tagliare e affettare, tra un po’ anche tutti noi. La Cascina, un luogo semi-magico e semi-sacro (da loro in cascina c’è anche una chiesa annessa, non scherzo!) che con l’attenzione ad un allevamento etico e con una piccola produzione d’eccellenza di formaggi a latte crudo, oltre che custodendo un luogo dal fascino difficilmente misurabile, sta compiendo nel cremonese un significativo restauro agricolo ed umano della bassa padana al grido di Make The Bassa Great Again.

Barba di Braccia Rese e tagliere di formaggi di Lagoscuro: ecco per me cosa significa abbinamento
riuscito, non solo quello del gusto, ma quello dell’intento. Due realtà distinte e distanti ma accumunate dal pensiero che i prodotti – siano il formaggio, il vino, il pane – possano diventare così declinazioni di anime attraverso cui comunicare al consumatore un’etica nuova e magari suscitare non solo il gusto del buono, ma anche la coscienza del luogo e delle genti che, seppur lontane, credono in un’agricoltra nuova e in un più universale Make “Whateveryoubelievein” Great Again. E sempre nell’ottica di realtà capaci di fare rivoluzione, un pensiero va anche ai buonissimi agnolotti della cooperativa Valli Unite, presenti in fiera sia con lo stand di vino che quello di cibo, che ha completato il mio rifornimento di energie prima di incontrare Fabio Persico.

 

Pacina – Toscana

Fabio Persico dicevamo, video maker che ho conosciuto neanche a farlo apposta al bar, che mi propone di fare qualche assaggio insieme. Non ho dubbi su dove dirigermi: da Giovanna di Pacina che ho intravisto da subito tra le fila di produttori e non ho ancora avuto modo di salutare. E assaggiare ovviamente: peccato non avesse a disposizione i bianchi che per me sono stati nel lontano 2016 tra gli assaggi più difficili ma più educativi nel mio percorso di creazione di un palato “capace” di bere vino naturale. Ci rifacciamo con una batteria di rossi, dal più pronto ciliegiolo con le sue note morbide ed aromatiche, ai ruvidi e introversi Sangiovesi che annata dopo annata ti fanno solo pensare che si è aperto troppo presto la bottiglia. Vini che allungano il tempo, richiedono tempo e mi permettono di riflettere con Fabio a come molto dell’attuale panorama del vino naturale in Italia sia stato costruito, forse più che altrove, da donne straordinarie. Giovanna Tiezzi, Elisabetta Foradori (oggi aiutata tra gli altri dall’estroversa figlia Mirta, per citare anche le nuove donne), Arianna Occhipinti, la vulcanica Christine organizzatrice di Vini di Vignaioli, prima fiera di settore, da oltre vent’anni, che guarda caso mi compare davanti proprio durante questo lungo spiegone sulla storia del vino naturale e confermando la sua vulcanicità mi invita all’edizione straordinaria di Vini di Vignaioli in Puglia. Spero di esserci!

 

Azienda Agricola Gaudioso – Sicilia

E dopo tanto Nord, un po’ di Sicilia ci vuole. E per questo il banchetto di Antonio Gaudioso agisce su di me come una calamita. E non solo su di me visto che su due giorni di manifestazione l’ho sempre
visto attorniato da curiosi e amici. Il colore arancio brillante dei suoi vini che luccica attraverso il vetro trasparente della bottiglia e le etichette dalla grafica accattivante si sono rivelate un mix vincente insieme al nome nuovo di questa cantina che infatti partecipava per la prima volta al Live Wine. Solo da un paio d’anni infatti, Antonio si è messo alla guida della sua azienda familiare affiancando alla produzione biodinamica di frutta e olio EVO quella del vino che è fotogramma della sua terra – l’areale attorno a Belice e Partanna – in chiave minimale. I vini di Gaudioso, che già da qualche tempo ho avuto modo di conoscere sugli scaffali di Vinoir dove lavoro, sono proprio una Sicilia al negativo, priva di orpelli e surmaturazioni, asciutta nelle vinificazioni che abbandonano il legno per il vetro, l’acciaio, tutt’al più l’anfora, solo su alcune selezioni. Una di queste è nuova, nuovissima: Gorgone, Catarratto in purezza con lunga macerazione in anfora, succoso e tagliente, forse ancora da aspettare qualche mese, ma già con la stoffa di un campione. Mi viene da dire MakePartannaGreatAgain.

 

Ruvido Wines – Abruzzo

Amici, e ancora amici. Tappa felicemente obbligata quella per due chiacchere non solo virtuali (qui la
diretta di qualche mese fa insieme
) dai due “spilungoni” Mattia e Alessio di Ruvido Wine (ex Matita Wine per chi magari avesse assaggiato i loro vini qualche anno fa), spilungoni come le loro caratteristiche bottiglie alsaziane. Appena qualche vendemmia alle spalle per questa realtà giovane e coraggiosa, ancora in cerca della sua identità definitiva ma fortemente impegnata a produrre nel rispetto dell’ambiente e della sostenibilità. Uve abruzzesi, soprattutto Montepulciano e Trebbiano. Quattro etichette, due bianchi e due rossi, due in macerazione carbonica più freschi e immediati, due vinificati in maniera tradizionale – che però è sempre, nelle loro mani, una vinificazione più estroversa e facile. Un Abbruzzo diverso quello che vogliono raccontare attraverso le loro etichette, più moderno e cosmopolita, capace d viaggiare e adattarsi a ogni cucina del mondo. E il vino è anche questo, strumento di unione e di comunicazione. Sono i primi passi, teniamoli d’occhio.

 

Silvio Morando – Piemonte

“Non si adatta certamente alla brutalità del consumismo” scriveva Mario Soldati, “testabalorda, anarchico e individualista” lo apostrofava Luigi Veronelli. Una sola, timida, uva rossa del Monferrato che scomoda la penna non di uno, ma di ben due tra i capisaldi del pensiero enologico italiano. È il Grignolino e il perché di tanto parlare (e scrivere) appare chiaro assaggiandone le due interpretazioni che Silvio Morando, vignaiolo a Vignale da oltre quattro generazioni, ha portato in fiera. Un regalo a tutti noi appassionati di quest’uva, perché i vini di Morando sono difficilmente reperibili in Italia, la produzione è piccola e salpa quasi tutta per l’estero. Il grignolino base, solo acciaio, è ancora un po’ giovane ma già rivela una trama sottile e profonda ornata da un frutto sincero, emotivo. Ma è con il calice della sua riserva 2019 – che neanche a dirlo si chiama L’Anarchico – che il potenziale del Grignolino si rivela nella sua tempra, nella sfacciataggiane, quasi a bullarsi della sua bontà. E niente, come ogni volta allontanandomi da Silvio, dalle sue poche parole e dai suoi vini eccezionali, mi chiedo perché io beva così poco Grignolino.

 

Ilaria Salvetti – Piemonte

Si sono stata un po’ campanilista negli assaggi di questa edizione di Live Wine e quindi: ancora Piemonte, per parlare di un’altra uva grandemente sottovalutata, l’Erbaluce. Curiosa già dal nome, la cui origine si perde nella leggenda della nascita sulle colline di Caluso della dea Albaluce che con le sue lacrime avrebbe “seminato” il terreno di Erbaluce. Fatto sta che oggi nel comune di Caluso, l’Erbaluce si coltiva e si lavora in molte diverse declinazioni. È un vitigno molto versatile, tannico e acido, mi racconta Ilaria che da anni, insieme al suo compagno, ha scommesso su questa bacca bianca. E i primi successi sono arrivati con il suo metodo classico e con la versione passita, quest’anno invece ha presentato in fiera Eutopia: un “salto triplo carpiato” con quest’uva che ha raccolto e vinificato per mesi a contatto con le bucce. Il risultato è inedito, mi ricorda certe espressioni di Albana romagnola per la cicciosità del sorso, ma è l’acidità elevata a suggerire in realtà una beva molto rigenerante e appagante. Aspetto di vederne l’evoluzione in bottiglia perché con il tannino pronunciato può regalarci davvero sorprese!

 

Agribirrificio La Morosina – Lombardia

E non c’è fiera senza una birretta finale, se non altro per preparare il palato agli assaggi del giorno successivo. Per questo in chiusura domenica sono tornata a salutare i ragazzi de La Morosina all’estrema periferia di Milano, nel cuore del parco agricolo Sud. Il tempo era poco e non ho non riuscita ad assaggiare bene tutte le loro etichette, ma mi sono proprio goduta la loro bionda, una birra in stile pils fiorita e leggermente amara. Conto però di recuperare presto una degustazione completa andando in visita là dove tutto comincia: ad Abbiategrasso in azienda dove coltivano l’orzo e il luppolo, dove scorre la loro acqua e dove il fine settimana è anche possibile fermarsi a pranzare nell’agriturismo che hanno avviato da qualche anno.

E anche a partire proprio dalle birre de La morosina torno al concetto che ha fatto un po’ da fil rouge a tutta questa carrellata più amichevole che professionale. Non è solo il prodotto in sé, che ovviamente deve essere buono, per carità, ma è il valore umano, etico e sociale che custodisce ad essere il più profondo contenuto inestimabile. Manifestazioni come il Live Wine – e tante altre che ci sono state e ci saranno – hanno questo importante ruolo nella filiera: mettere in contatto, amplificare, comunicare a quante più persone possibili che c’è un gusto che è anche gesto, per salvare un territorio e infine forse, un pianeta. Ognuno di noi è coinvolto, inutile e dannoso volgere lo sguardo, molto più sisgnificativo invece compiere ogni giorno anche solo una piccola scelta nei confronti di un alimento (così come un tessuto o altro) che sostengano questa rete capillare umana. Contribuiremo a un mondo migliore e forse, saremo anche noi un po’ migliori perché siamo ciò che scegliamo di essere.