Come un black-out al Luna Park

Giugno 13, 2020 0 Di lasecondadolescenza

Diario del mio confinamento liquido

La notte tra l’8 e il 9 marzo ero in enoteca, come quasi sempre. Sui social di tutti iniziò a rimbalzare la frase “Lombardia zona rossa” con accanto le parole chiusura, casa, attività necessaria. Il locale si svuotò nell’arco di qualche minuto. Panico. Più attonita che spaventata, tornai a casa anche io e andai a dormire. Il giorno dopo l’indiscrezione fu confermata e, dopo fughe tumultuose di studenti nella notte, Milano fu chiusa e spenta. Come un black-out al Luna Park.

Iniziava così il mio confinamento casalingo, così come quella di tutti gli altri. Ma un po’ come per le mezze stagioni, devo dire che non esistono neppure più le catastrofi di una volta. Nel 2020 infatti non siamo neppure riusciti a trovare un nome per indicare l’inimmaginabile che stavamo vivendo, ma abbiamo ripiegato sul globalizzato “lock-down” e abbiamo cominciato a fare il pane anche se i supermercati erano pieni, con molte domande in testa e con poco coraggio per farle. Soprattutto, quanto sarebbe durato?

Sono stata sfortunata perché mi trovavo proprio a Milano, la città più colpita d’Italia dal virus e per questo blindata e costantemente sotto i riflettori dei media. Sono stata sfortunata perché ero in un appartamento al quarto piano senza balconi e la mia finestra inquadrava ogni giorno solo il cemento della casa di fronte, molto vicina. Per questo ho amato chi al posto di “lockdown” ha iniziato a parlare di “domiciliari”.

Ma sono stata anche molto fortunata, perché mentre molti facevano i conti con la solitudine, forse per la prima volta nella loro vita, io non ero sola, ma avevo tre coinquilini.

Abbiamo cominciato a svegliarci tutti un po’ più tardi al mattino e a trovarci in cucina a cucinare, insieme. Non essendo nessuno di noi particolarmente pratico, ogni preparazione finiva con il richiedere molto più tempo del previsto (e anche gli ingredienti arrivavano in ritardo date le lunghe code al supermercato sotto casa). Succedeva così che il pranzo fosse pronto a pomeriggio inoltrato e che l’ultimo bicchiere di vino finisse per diventare il primo dell’aperitivo.

Abbiamo cominciato a resuscitare racconti delle nostre vite passate, una volta terminati quelli abbiamo scavato nelle vite degli altri alla ricerca di aneddoti e storielle per intrattenerci. Tutto assumeva un significato notevole e nascevano a volte accesi dibattiti. A facilitare il trascorrere lento del tempo, dicevo, molto vino, comprato prima da qualche amico produttore, poi dalle enoteche on-line, poi dalle enoteche del cuore della città che in poco tempo avevano imbastito il servizio di consegna a domicilio.

Sono stati giorni vuoti di una pienezza nuova, così stranianti e intensi da portarmi spesso all’idea di appuntarli su un diario, cosa che invece non ho mai cominciato, per una sola ragione: so di non essere metodica e sarebbe rimasto incompiuto, su un tavolo, con una macchia di vino sull’angolo destro della pagina.

Ora mentre sto scrivendo è una tiepida mattina di giugno inoltrato, tutto è ricominciato in fretta, forse troppa, non lo so, e sto facendo pulizia nella galleria del mio cellulare, stracolma di bottiglie bevute.

Maggio, Aprile ed infine Marzo: eccolo lì il diario che avevo tanto voluto. Mi rendo conto di ricordare perfettamente l’umore che aveva innescato ogni scelta, perché che uno sia triste, felice o confuso per me il vino è sempre la soluzione.

Così per gioco, voglio provare a dare vita a quel diario, voglio riavvolgere la pellicola e tornare a quel 9 marzo apocalittico e raccontarvi i miei domiciliari attraverso alcuni dei vini che ho bevuto, con l’unica grande speranza dentro che no, non succederà più.

La spensieratezza del Pecorino con le fave. Prima bottiglia stappata lunedì 10 marzo. Eravamo in cucina e pulivo le fave. Mi è venuta voglia di Pecorino. Quello di Jacopo di Podere San Biagio che mi aveva lasciato una bottiglia qualche mese prima a La Terra Trema. Fu ancora una bevuta tremendamente buona quanto spensierata, ancora non avevo realizzato che proprio quella fiera sarebbe stata una delle ultime, per molto, molto tempo.

La curiosità di provare la Pavana.Vitigno rosso autoctono del bellunese e quasi scomparso se non fosse per il coraggio di Cantina de Bacco che salvando alcune piante ha scommesso su questo vitigno decidendo addirittura di affinarlo in anfora. Speziato e intenso come un vino del Sud, ma verticale come il freddo delle Dolomiti, la Pavana ci fece chiacchierare un bel po’ quella sera.

Il confort della consuetudine.Il mio amore per i rifermentati emiliani è un dato di fatto e presto sono andata a scovare cosa fosse rimasto in casa dopo la mia ultima gita a Parma. Sorpresa, una bottiglia della Malvasia di Podere Magia era ancora lì sullo scaffale. Mi sono sentita a casa in casa, come coccolata da una coperta un po’ ruvida che sa di camino.

La leggerezza di un rosso.Avevamo cucinato indiano, o almeno ci avevamo provato, ed era stato, alla fine, molto faticoso. Erano quasi le undici e ancora la cena non prendeva una forma commestibile così non ho resistito e ho aperto il Pettirosso di Fonterenza. A posteriori non so dirvi se l’abbinamento del curry con il sangiovese possa dirsi riuscito, so che però ha messo tutti di gran buon umore.

 

 

La nostalgia di casa. È arrivata anche quella, sottile e silenziosa. Mi mancava mia madre, il mio cucciolo di cane, il fiume della mia città e l’austerità della Mole a controllare le mie mosse. Ho cercato il Piemonte come potevo e l’ho trovato nel bicchiere della Barbera più onesta e buona che io conosca, quella di Cascina Fontana. Non ho trovato un bel piatto di plin che avrei avuto davvero voglia di abbinarci.

La Francia poco distante.Non sono solita comprare vini francesi, sono ancora molto ignorante in materia e prima dei domiciliari li bevevo solo in compagnia di chi ne sapesse molto più di me, per imparare. Una sera però uno dei miei coinquilini mi passa un bicchiere e mi dice assaggia, una piccola cieca improvvisata. Idrocarburo e grassezza in un bianco dal colore intenso e brillante. “Francia!” ho detto, convinta che solo quella terra potesse amalgamare così bene tutte le sensazioni che avevo avuto al naso e al palato. E niente era la Garganega di Menti, suolo vulcanico di Gambellara, viti centenarie, un vino esemplare di come il territorio lo fa chi lo lavora.

Le notti a leggere.Durante i domiciliari ho disdetto Netflix e smesso di guardare serie tv. Finalmente il mio cervello liberato dal logorio della vita moderna non cercava cynar ma la carta stampata. Ricordo una notte in particolare, avevamo parlato fino a tardi, poi eravamo andati a dormire ma per me il sonno non arrivava. Così con un libro andai in cucina dove trovai ancora un bicchiere del Sangiovese di Montesecondo. Fu un grande amico, uno di quelli che sai che se anche non vedi per un po’, lui c’è.

La ricerca della spensieratezza.Non era più facile ridere e distrarsi, il virus prima nascosto là fuori era entrato nelle nostre vite, colpendo persone a noi care che non potevamo vedere e a volte neppure sentire al telefono. Non era più facile ridere e distrarsi, ma dopo alcuni giorni di silenzio ne sentivamo tutti l’esigenza e verso le cinque di pomeriggio di un sabato bollente ci fermammo a guardare il tramonto da una finestra bevendo I Gerbidi di Tenuta Borri. Centinaia di rondini spiccarono il volo contemporaneamente e iniziarono a disegnare cerchi concentrici sopra le nostre teste. Fu un segno, saremmo tornati liberi.

Roma non fa’ la stupida.Uno dei miei coinquilini è siciliano, ma ha vissuto tantissimi anni a Roma. Nonostante fosse il più positivo della scalcagnata compagnia, la nostalgia iniziava a farlo vacillare e negli ultimi giorni stava molto tempo chiuso in camera sua a suonare. Per lui comprai una bottiglia di Cesanese, quello di Damiano Ciolli. Non ci fu bisogno di dire altro, ma quella sera ci sembrò di vedere il Colosseo dalla finestra.

C’è bisogno di festeggiare.Disilluse le ultime speranze verso una riapertura anticipata, capimmo che Pasqua l’avremmo passata insieme, sempre lì, tra quelle mura, come il giorno prima e il giorno dopo. Ma rimaneva comunque un giorno di festa, così la mattina della resurrezione ci vestimmo bene e cucinammo persino il dolce, per la prima volta. Per coerenza aprimmo solo bollicine, prima il Blanc de Noirs di Nicola Gatta, poi il nuovo nato in Tenuta L’Armonia, Chic, metodo classico di Durella affinata in anfora. Poi abbiamo continuato ad aprire, ed aprire, d’altronde il giorno dopo era ancora festa no?

Quella voglia di mettersi in viaggio.Se c’è una cosa che mi è mancata tanto durante i domiciliari è stata la possibilità di salire in macchina e partire. Possibilmente di notte, arrivando a destinazione con le prime luci dell’alba. Non c’era molta soluzione a riguardo, ma quel sentimento di esotico l’ho ritrovato in Rèt, il rosso leggero austriaco di Koppitsh. Nome del vitigno impronunciabile e gusto molto lontano dalla tradizione italiana così come l’etichetta.

 

 

A me il Lambrusco non piace.Quante volte il mio coinquilino mi avrà detto questa frase? La sfida era aperta, si trattava solo di trovare il Lambrusco giusto per farlo ricredere. On-line trovai il Cinque Campi Rosso di Vanni Nizzoli che lavora qualche ettaro a Quattro Castella. Come credete che sia andata a finire? Non c’è pregiudizio che tenga di fronte al gusto di un Lambrusco senza trucchi, lavorato con amore come una volta. Qualche giorno dopo ho visto arrivare a casa una scatola con sei bottiglie. E no, non l’avevo ordinata io.

Voglio andare a vivere in campagna.O quanto meno voglio passarci molto tempo ecco. E i domiciliari me l’hanno confermato, vista l’impossibilità anche solo di sdraiarsi sull’erba di un parco cittadino ancora una volta non mi restava che affidarmi al mio fedele compagno, il vino. La scelta fu facile: Tourbillon de La vie, Roussilon. Un profumo inteso e intatto di campo, di estate, di vendemmi e di natura ha illuminato quella sera anche le pareti di casa e sono andata a dormire un po’ più contenta.

Il mio vino del cuore è il Cerasuolo.Dicevamo di interminabili pranzi e infinite cene passate a raccontare e a raccontarsi, tra le varie cose è uscito fuori quanto io sia innamorata del Cerasuolo. Un rosato voluto, non un ripiego. Pensato ed amato da quei contadini abruzzesi per accompagnare il formaggio mangiato su una roccia al pascolo. Immaginate la gioia all’uscita della nuova annata del Cerasuolo di Maria Paola Di Cato. Ecco, quella sera di fine aprile è stata la mia personale Pasqua.

Mi spieghi cosa vuol dire macerato?Facile se hai Zampaglione in casa. Così una sera ho stappato Baccabianca, senza introdurlo, senza spiegazioni, volevo godermi l’approccio diretto e istintivo dei miei compagni di cella a quel calice stravagante. Come immaginavo, il vino di Guido ha parlato per me lasciando tutti senza fiato. La magia del vino fatto bene è quella di arrivare, senza intermediari, nell’anima di chi lo beve. Credo lo ricordino ancora.

A volte ho voglia di stupirmi.Ed è successo con la Falanghina, vitigno che già da inizio anno avevo deciso di voler approfondire nelle sue sfaccettature. E mi sono stupida due volte, con quella a piede franco di Florami cresciuta sul crinale del Vesuvio e con quella beneventana, intesa e affumicata, di Giovanni Iannucci. So di essere solo all’inizio e non potrei essere più contenta

Finire in bellezza.Una sola bottiglia ho conservato a lungo prima di decidermi ad aprila, ed è stato il Nur di Corrado Dottori. Ho passato la prima settimana a leggere i suoi libri, le successive a cercare una sua bottiglia on line. Quando l’ho avuta per le mani, non so, non mi sembrava mai il momento giusto, troppi rumori, troppe distrazioni. Poi è arrivata domenica 3 maggio, dopo due mesi di intensa condivisione in casa era scesa un’atmosfera strana, di attesa e spaesamento di fronte a un mondo, là fuori, che stava per ricominciare. Allora senza dire niente a nessuno ho preso il cavatappi e ho aperto Nur. L’ho bevuto in piedi di fronte a quella finestra sul cemento, che non mi sembrava più lo stesso cemento di prima. Un po’ come me, che forse non sarei più stata quella di due mesi prima.

La prima bottiglia dopo la scarcerazione?La devo ad un amico, un amico recente, ma che mi conosce bene e mi ha offerto un calice di Pinot Nero di Borgogna, forse il vino che più mi era mancato. Lo abbiamo definito la potenza senza muscoli. Berlo, insieme, è stato un incoraggiamento: se il vino continuava ad essere così buono lì fuori, anche il resto sarebbe andato bene. Ci si sarebbe potuti lasciare la paura alle spalle.