Live Wine 2019

Live Wine 2019

Marzo 17, 2019 0 Di lasecondadolescenza

Il vino naturale come volontà e rappresentazione

Il 3 e 4 marzo scorsi, oltre 150 produttori artigiani e naturali da tutta Europa si sono ritrovati a Milano per la due giorni che la città dedica ormai da 5 anni al vino vivo: il salone Live Wine al Palazzo del Ghiaccio.

Dopo aver passato quasi l’intera giornata a Live Wine domenica, mi sono portata a casa la sensazione che questa manifestazione si sia posta come consacrazione per il movimento italiano del vino naturale, un ingresso trionfante nella città del successo e del commercio.

Milano infatti si è fatta rappresentante d’eccezione della volontà unita di tanti vignaioli per un’agricoltura diversa, attenta e illuminata. Un grande palcoscenico da cui esprimersi e soprattutto da cui farsi finalmente notare.

Rispetto all’anno scorso poco è cambiato nell’organizzazione e si capisce visto che già si era rivelata impeccabile (per curiosità su Live Wine 2018 leggete qui), solo l’area cibo è stata ampliata dando spazio a nuovi artigiani italiani e non solo. Ottima idea.

Tanto spazio tra i banchetti e la gente, tanta, ma davvero ben distribuita mi ha permesso di fare parecchi assaggi. Ecco i 10 che ho preferito:

  1. Quantum, ovvero quanto di più punk e scordato potreste pensare. Due ettari condotti da Florian in biodinamica nel Weinviertel. Molti vitigni impronunciabili. Due blend di oltre 5 varietà (sia in rosso che in bianco) come ingresso e alcuni vini assurdi e spaziali nel mezzo. Credo che non dimenticherò il suo Gruner Veltliner macerato.
  2. Lo Chardonnay burroso e vellutato di Borgogna. Ecco no, andate in Sicilia, precisamente nell’entroterra dei comuni di Cefalù e Gratteri, lì troverete l’azienda agricola Virà e assaggiate il loro Sauscià. Chardonnay leggermente macerato, affinato in acciaio dove svolge tutta la fermentazione malolattica, spiccatamente territoriale grazie alla forte buccia di arancia e bergamotto che si trova prima al naso e poi potente in bocca mescolata a una bella salinità. Un vino che mi ha confermato l’impressione positivi che avevo avuto di questa nuova piccola azienda siciliana a Orange Wine Festival assaggiando il loro Catarrato super macerato.
  3. Ancora macerazioni tra i miei assaggi preferiti, ma mi sposto in Veneto da Meggiolaro in provincia di Verona. Micro-azienda che fa del suo terroir vulcanico la sua fortuna e la sua nota distintiva. Già conoscendo bene la loro Garganega e il loro Durello, ho provato la loro nuova etichetta BiancoMai, dove ai due menzionati vitigni autoctoni si aggiunge una piccola percentuale di Pinot Bianco. Grazie alla macerazione, BiancoMai rivela una complessità maggiore rispetto agli altri vini, un bouquet sfaccettato e intrigante con una punta di ossidazione suggerisce abbinamenti inusuali.
  4. Ultimi macerati che non possono mancare in questo elenco sono quelli di Canlibero e di Podere Veneri Vecchio che in fiera dividono uno dei banchetti più divertenti. Manifesto della Campania vitivinicola che vuole rimettersi a fare vino con criterio e rispetto, Raffaello riesce ancora una volta a stupire portando in degustazione la sua ultima creatura, un vino ottenuto da Grieco e Cerretto macerati per 25 giorni e poi ulteriormente macerati con una soluzione idroalcolica insieme a un mix di erbe, spezie e bacche autoctone della zona del Podere. Un vino dal gusto quasi medievale che mi porta a soprannominarlo vino elisir, anche per le tante proprietà benefiche di erbe e spezie che grazie a questo tipo di lavorazione vengono catturate nel vino.
  5. Un’altra realtà siciliana si guadagna un posto nella mia personale classifica. Parlo di Nakone dell’azienda Sette Aje a Santa Margherita di Belice, giunta oggi con Cristina, Rosalia e le loro sorelle, alla quarta generazione. Nakone è un vino rosato molto particolare ottenuto da due varietà uniche, il Moscato Zucco, Moscato giallo coltivato nell’Ottocento nel feudo delle Zucco di proprietà di Henri d’Orléans e poi quasi completamente scomparso, e da un’uva piantata circa 150 anni fa nei terreni dell’azienda e di cui, nonostante gli studi genetici, ancora non si conosce l’identità o quantomeno la parentela. Ne nasce un rosato “unicorno”, raro e impagabile testimone di un passato ora perduto. Al naso fiorito e lievemente speziato, lascia spazio a un sorso dove la riconoscibile morbidezza del moscato si mescola a note più secce e selvagge.

 

 

 

  1. Le Marche ancora una volta con la loro elegante riservatezza mi hanno conquistata. Mi riferisco ai due vini di Oppeddentro – Vini con Pazienza. Quattro amici uniti dalla passione per il vino che hanno deciso di lanciarsi nell’avventura di una piccola produzione naturale sfruttando il grande potenziale della storica cantina di famiglia costruita all’interno delle spesse mura del borgo di Maiolati Spontini. Le uve sono coltivate naturalmente a Cupramontana, zona d’elezione marchigiana, e sono Verdicchio e Trebbiano per il bianco Valdè e Sangiovese e Montepulciano per il rosso Grana d’Elia. Aspettiamo nella prossima annata l’uscita del loro Verdicchio riserva.
  2. Dalle Marche all’Abruzzo per l’azienda Caprera. “Un’azienda agricola, biologica, artigiana a Pietranico nell’Abruzzo verde e selvaggio”. Questa la loro frase di presentazione. Dopo aver assaggiato i loro vini, credo che Caprera sia molto, molto di più. Quasi 20 ettari di azienda in cui l’unica padrona è la Natura e per questo i 3 ettari e mezzo di vigna respirano la stessa aria e condividono la stessa terra con 500 piante d’ulivo, con il bosco, con il seminativo, per una biodiversità che si vede e, credetemi, si sente. La produzione è essenziale e minimalista: un Trebbiano, un Cerasuolo d’Abruzzo e un Montepulciano. Vini schietti, rustici, puliti e onesti. Provate il Cerasuolo e poi fatemi sapere.
  3. Continuando la mia passeggiata “virtuale” in centro Italia vi porto fino in Umbria dove ho conosciuto l’azienda Agri Segretum di Lorenzo del Monaco nella DOC Todi. Una grande azienda di 70 ettari (di cui peròsolo 6 vitati) nata biologica nel 2008 e dove, con gli anni, la filosofia naturale si fatta sempre più strada. Oggi tutte le fermentazioni partono con soli lieviti indigeni e al tempo è lasciato quasi tutto il lavoro e con vitigni come il Sagrantino, il tempo non basta mai. Intenso l’assaggio del loro Pottarello, blend di Sangiovese, Malvasia Nera e Colorino. Un vino di grande carattere ed eleganza, un lord d’altri tempi.
  4. Il mio rapporto con la Puglia vinicola non è dei migliori e credo derivi da anni di assaggi sbagliati e da tante aziende che ancora seguono la dottrina della quantità sulla qualità. Sicuramente Agricola Paglione a Lucera in provincia di Foggia non è una di queste. Dopo la conversione al biologico del 1994, oggi l’azienda si pone come obiettivo tutelare e valorizzare il lor territorio, la Daunia. Un obiettivo centrato e che arriva diretto nel bicchiere dove ho assaggiato il loro Cacc’ e Mitte Caporale. Vino dedicato a Nonno Nicola, si fa testimone moderno della storica vinificazione meridionale, da cui il nome della DOC storica di Lucera. La pigiatura infatti avveniva in grandi palmenti di roccia dati in affitto e che dovevano essere liberati al termine del fitto (Cacc) per far spazio all’uva del nuovo affittuario (Mitt). Un vino che con parole antiche parla una lingua nuova, moderna e anche un po’ slang. E per continuare sull’innovazione, mi è piaciuto molto L’eclettico, da uve Malvasia Bianca e Bombino Bianco vinificate in rosso. Un vino pieno, strutturato e affumicato.
  5. E per finire non potevo non includere almeno una bollicina. Ecco Birichen, dell’azienda biodinamica emiliana Al di là del fiume, nel parco storico del Montesole. Un Pignoletto sur lie, come da tradizione fatto fermentare in vasche di acciaio e rifermentare in bottiglia con i propri zuccheri e i propri lieviti, poi mosto dolce per poi innescare seconda fermentazione in bottiglia in primavera. “Tutto autoctono, tutto rigorosamente made in Colli bolognesi” mi dice Danila Mongardi. Un vino che mette allegria come la sua etichetta mille colori.

 

 

 

Inutile dire che di vini buoni, originali, contrari e irruenti ne ho provati tanti, tanti altri e cercherò di raccontarveli pian piano nei prossimi tempi. Come i Nebbioli Roero DOC di Cascina Fornace, Alberto Oggero e Valfaccenda, tre produttori del consorzio Solo Roero, bella novità di questa edizione del Live Wine di cui vi ho già parlato qui.

Ancora una novità di quest’anno è stata quella di trovare, perfettamente mimetizzato tra gli stand di vino, uno stand di birra: l’agribirrificio La Morosina di Abbiategrasso. Leitmotiv dell’azienda è quello di produrre birra artigianale a kilometro zero unendo l’acqua estratta dal “Fontanile della Morosina” con il frumento e il luppolo coltivato all’interno dei confini dell’azienda agricola. Io non sono certo un’esperta in materia, ma ho apprezzato la grande bivebilità di queste birre e la nota erbacea della loro Rossa mi ha conquistato. Fantastica anche la Weizen.

Grazie a tutti gli organizzatori e arrivederci al prossimo anno, stay natural!