Pier delle Vigne – L’Etna di Barone Beneventano

Pier delle Vigne – L’Etna di Barone Beneventano

Aprile 28, 2021 0 Di lasecondadolescenza

Il film dei miei ricordi si apre questa mattina su un viaggio in particolare e su un paio di fotogrammi in sequenza. Dettaglio della punta delle mie scarpe da ginnastica bianche che scivolano per la pendenza. Dettaglio di una mano – la mia – che affonda le dita nella sabbia nera. Panoramica su un ettaro di vigneto aggrappato sulla costa di una montagna scura che fuma. La montagna. ‘A muntagna, al femminile come si dice in siciliano. Perché l’Etna è donna, è mamma gelosa e possessiva, permissiva con i suoi figli, ma pronta a richiamarli con sbuffate bollenti alla prima sgarrata.

Un territorio non lo comprendi finché non ci vai. Un vino non lo capisci finché non assaggi gli acini staccati dalla pianta prima della vendemmia. Lo penso da sempre, ma per l’Etna e il suo vino queste parole hanno ancora più significato. Così sul finire dell’estate, la mia voglia di fare esperienza diretta mi ha convinto ad accettare l’invito del produttore etneo Pier Luca Beneventano che avevo intervistato su Instagram (potete recuperare qui la diretta!) qualche mese prima.

È pomeriggio inoltrato, ci incontriamo nella sua casa a Sant’Agata Li Battiati e da lì giusto il tempo di un saluto e poi subito di corsa in macchina fino al vigneto: non dobbiamo perdere nemmeno un minuto di quel tramonto che inizia ad accennarsi.

Pier mi appare un po’ ragazzo d’altri tempi, educato e formale, ma carico di un dinamismo e di un entusiasmo contagiosi. Pier Luca o Pier delle Vigne come mi viene da soprannominarlo, senza riferimento alla tragica fine del politico dantesco condannato ad essere arbusto in eterno, ma per la gioia e il senso di completezza che Pier mi trasmette quando arriviamo al vigneto e dal punto più alto guarda davanti a sé i coni vulcanici spenti di Monte Ilice e Monte Gorna.

“Questo è il mio posto” mi dice “E’ per questo che faccio tutto quello che faccio, e no, fallire non è minimamente preso in considerazione.”

Il progetto di Barone Beneventano, infatti, non è esattamente canonico e per questo non è esattamente facile portarlo avanti. Ma ambizione e tenacia non mancano a questo ragazzo in cui vedo il più siciliano dei milanesi ma anche il più milanese dei siciliani.

Perché è figlio della nobile famiglia siciliana dei Barone Beneventano, ma è nato e cresciuto a Milano, dove ancora vive per una parte dell’anno, quando la vigna glielo consente. Nella capitale meneghina Pier studia marketing all’università, prende il diploma di sommelier e inizia a lavorare insieme al padre per la sua azienda di selezione, importazione e distribuzione di Champagne. Con il padre inizia a conoscere aziende e produttori, francesi ed italiani e così s’innamora inaspettatamente della “parte agricola” del vino. Un richiamo verso la terra e la viticultura che si fa ogni anno più forte fino a quando Pier non decide di provarci, di diventare viticoltore e di farlo proprio nella terra dei suoi avi, in Sicilia. Sull’Etna.

 

 

Le discese ardite e le risalite, cantava Battisti. Come quelle che Pier mi racconta di vissuto nell’intraprendere un progetto così lontano da casa, nel viaggiare continuamente, nel cercare di farsi accettare in una terra che, per quanto ospitale, rimane fortemente guardinga nei confronti di chi riconosce come straniero. Tanti sacrifici, tante incertezze e paura di non farcela che però vedo smaterializzarsi, risolversi persino di fronte a quel panorama. Perché lì c’è una sola presenza che comanda, una sola natura a cui rendere conto a fine giornata.

Versante Sud-Est quello scelto: tutto il meglio dell’esposizione e della ventilazione proveniente dal mare. Nel 2015 comincia con due vigneti, uno in località Trecastagni – quello in cui mi trovo – che raggiunge gli 850 metri d’altezza. L’altro in località Viagrande, caratterizzato dai tipici terrazzamenti etnei con muretti a secco, ad un’altitudine di circa 600 metri dove sarei andata il giorno successivo.

Un totale di quattro ettari in grande stato di abbandono ma fortunatamente già vitati con il sistema tradizionale dell’alberello etneo. Tanto lavoro, ma un grandissimo potenziale in quelle vigne miste – carricante, catarratto, minnella, nerello mascalese e cappuccio in prevalenza – contorte e ramificate, centenarie alcune. Lavoro che non è certo quello che spaventa Pier che, anzi, sembra cercarne sempre di più. O forse è il lavoro che trova lui – non l’ho capito! Fatto sta che i progetti che mi racconta nell’arco della prima ora insieme porterebbero via almeno due pagine di racconto: galline in vigna, nuova cantina, sidro di mele gelatocola, api nere sicule e molto altro, sapevo che avrei dovuto prendere più appunti!

Mentre mi siedo a bere il suo rosato fresco e acidulo (solo acciaio, figlio della piovosissima 2018 in cui le uve rosse non avevano raggiunto gli standard per il rosso) penso che di vulcani ce ne sono due in quel momento: mamma Etna e Pier delle Vigne.

Ad esempio, all’inizio della sua avventura, quando esplorava i suoi “nuovi” ma antichi vigneti insieme ai contadini del posto Pier ha scovato tra le varietà note alcune piante “diverse” e ha cominciato a portare avanti una ricerca fino a scoprirne l’identità: Moscatella dell’Etna, varietà bianca aromatica, e Iachis, a bacca rossa invece. Varietà cosiddette reliquie, testimoni di un passato enologico antico su questo vulcano in cui il paesaggio doveva essere diverso da quello attuale: solo vigne ad alberello, tanti, tantissimi alberi da frutto, tante varietà d’uva e in armonia con il vigneto tante specie di animali e di piante. Così ci è stata riportata l’agricoltura etnea ancestrale: vigneti come romantici giardini, lo racconta bene Salvo Foti nel suo libro Etna – i Vini del Vulcano (la visita ai Vigneri è stata un’altra grande esperienza nel mio viaggio sull’Etna e la trovate raccontata qui). Giardini che vale senz’altro la pena di provare a ricreare, questa la sfida del progetto Barone Beneventano: spingersi oltre, fino alle radici storiche della viticoltura sul vulcano. Così Pier – in collaborazione con l’Università di Catania – ha recuperato le marze di altre 10 varietà reliquie dai nomi più bizzarri – Terribbile, Madama nera, Zinneuro, Vispara, … – che ha messo a dimora insieme a Moscatella e Iachis creando un piccolo asilo di teneri e fragili alberelli verdi che cura e coccola come fossero i suoi cuccioli. Un asilo vegetale dal valore inestimabile se non altro per l’importanza di salvaguardia della biodiversità e del patrimonio genetico di un territorio, e poi chissà magari vini nuovi da scoprire in futuro (anche in assemblaggio con le varietà tradizionali).

 

 

Anche la cantina è in divenire, oggi Pier infatti vinifica i suoi due vini principali presso una grande azienda della zona per cui lavora l’enologo che lo sta seguendo e aiutando in questi primi anni. L’azienda Barone Beneventano in vigna si spinge ben oltre il disciplinare del biologico: l’alberello etneo libero senza filare cresciuto su quelle pendenze può essere lavorato praticamente solo a mano e la salubrità del suolo e l’ecosistema molto ventilato permetteno di eseguire pochissimi trattamenti di rame\zolfo all’anno.

In vinificazione, la fermentazione viene innescata da lieviti selezionati neutri, ma nessun’altro additivo enologico viene aggiunto al vino che vuole essere per Pier specchio dell’annata. E come dicevo è quello che mi racconta il rosato che ho nel bicchiere.

Proseguo con il Bianco 2017, figlio di un’annata calda sa di uva matura, quasi scottata. I gradi alcolici aumentano rispetto al rosato e fanno esplodere questo calice in un ventaglio di sapori, note mediterranee, salmastre e saline. Mineralità potente e chiusura idrocarburica curiosa, che strizza quasi l’occhiolino a qualche Riesling teutonico e lascia intravedere un grande potenziale in invecchiamento.

Non nascondo però la mia predilezione per i vini rossi etnei, asciutti e scarichi come Nebbioli piemontesi, minerali e salini come vini di mare. Assaggio il Rosso 2016, annata equilibrata che rende – a 4 anni di distanza – questo vino un perfetto ago della bilancia tra durezze e morbidezze. Il naso si è evoluto molto bene, con terziari che iniziano a fare capolino e note di legno (anzi di legni, tonneaux di castagno e barrique di rovere) che tornano in bocca ad ammorbidire il tannino che oggi è ormai risolto, vellutato e accogliente.

Accanto a questi vini territoriali e tradizionali, da bravo garagista però Pier porta anche avanti da solo alcuni esperimenti e micro-vinificazioni. Così è nato il vino più pazzo che Pier mi fa assaggiar quando sole sta già andando a nascondersi dietro a Monte Gorna. Me ne aveva accennato con gli occhi che brillano durante gli ultimi minuti della diretta ed eccomi finalmente di fronte all’assaggio del primo bianco dell’Etna ottenuto con il metodo della crio-estrazione selettiva ovvero con la spremitura delle uve congelate: “questo permette da un lato la concentrazione del mosto e quindi degli zuccheri, dall’altro l’estrazione maggiore degli aromi varietali perchè la buccia viene microfratturata dai cristalli di ghiaccio e la bassa temperatura a cui avviene la spremitura  inibisce gli enzimi che causano la volatilizzazione dei precursori d’aroma” mi spiega.

“Risultato? Nella 2019, 24 gradi potenziali dopo la spremitura” racconta, mentre assaggio questa esplosione di frutta e profumi. “Per questo ho deciso di tagliare il crio-estratto con il mio vino bianco fino ad ottenere quello che avevo in mente. Nubivago – colui che vaga tra sogni ed idee.”

Un vino romantico ed intenso, complesso e meditativo, capace davvero di farti camminare sulle nuvole dopo qualche calice in più!

Crescere restando eternamente nubivaghi. Finendo il mio bicchiere penso che in fondo la sfida nella vita sia proprio questa: trovare un equilibrio tra la propria anima sognatrice e quella pragmatica. Che diventare adulti sia solo capire ed accettare qual è il proprio posto nel mondo, avere il coraggio di realizzare i propri sogni liberandosi del giudizio degli altri, o peggio del proprio verso se stessi. È tutta questione di volontà, ma l’energia della natura, di certa natura possente e libera può aiutare a spezzare le catene. Per questo in alcuni luoghi è più facile. Sull’Etna ad esempio. Ed è forse per questo che oggi, a molti mesi di distanza da quella visita sento ancora un’emozione se ripenso a quella terra calda sotto i piedi e penso che devo tornare, che là c’è ancora molto da indagare e conoscere, del vino, del vulcano, di me stessa. E se qualcuno raccontava del mal d’Africa, io sono definitivamente vittima del mal d’Etna.